Mie carissime amiche, miei carissimi amici, mentre sono qui accovacciato sulla stuoia della mia catapecchia tentando di lasciarmi dondolare, riposare, avvolgere dai lunghi silenzi del mio Signore, il Dio della mia vita, dal mio cuore sale un grido di gratitudine. Oggi è stata una giornata interamente spesa sulla strada, circondato dalle premure di tanti bimbi che proprio lì, attraverso il gioco, l’alfabetizzazione e le cure mediche cerchiamo di servire e aiutare. È stato bello, a Kawron Bazar (il mercato ortofrutticolo di Dhaka), vedere i bambini, riconoscendo noi volontari, correrci incontro saltando di gioia; ci aspettano sempre ansiosi e festanti! Qui in Bangladesh, il Paese dell’accoglienza, i piccoli mi insegnano come accogliere il bimbo Gesù che viene ogni giorno! Sempre la sera prima di dormire, dopo aver chiuso la porta (che è la cosa più utile e preziosa che ho in casa), mi accovaccio qui sulla stuoia e mi fermo un po’ a riflettere. Oggi, tra i mille confusi pensieri, mi venite in mente anche voi, i vostri volti, le vostre parole, la vita di ciascuno. Vi sento vicinissimi come se foste qua con me, accolti anche voi tra le sgangherate, disordinate, tappezzate quattro pareti di questa mia baracca... Scusate, sento un po’ di vergogna nel farvi entrare, è proprio conciata male, ma dopo l’alluvione dello scorso luglio poco ho fatto per ripararla, migliorarla. A parte il tetto e il pavimento, la cui struttura di bambù ormai traballa in più parti, le pareti sono proprio pietose! Il mio padrone di casa, rimediando qua e là pezzi di materiale, ha fatto un bel collage: pezzi di lamiera alternata a pezzi di bambù e di cartone (dove si trovano a loro agio topi e scarafaggi), comunque nella loro confusione queste pareti rivelano un tocco di arte… astratta. Mi piace anche ricordare il commento di Mario (pediatra napoletano venuto assieme ad Antonella in strada a curare i bimbi). Visitando la mia casetta, forse perché attratto dalle tante famiglie della nostra baraccopoli, mi disse: “Tu vivi in mezzo a questa bella gente: qui, in fin dei conti, è un ambiente chic in confronto ai tuguri dove vivono e dove abbiamo incontrato quotidianamente i bambini di strada… Loro sono davvero soli, abbandonati a se stessi”. Sì, benché qui abbiamo tanti problemi non manca mai calore umano, il sentirsi famiglia, e si percepisce un certo legame tra le persone. Anch’io mi sforzo di cercare d’essere uno tra loro, immerso tra questa gente che sento nel mio petto, dentro il mio cuore, come mia. Per i vicini di casa la mia presenza in baraccopoli, dove hindu e musulmani vivono fianco a fianco, è un segno di amicizia, allegria e dialogo con tutti, è celebrazione di fiducia e abbandono! Poi, da quando un giornale nazionale ha pubblicato notizie circa il nostro operato, siamo stati presi di mira da giornalisti e telereporter che non cessano d’importunarci a tutte le ore; loro trovano sensazionale l’idea che un bianco italiano (ormai tutti lo sanno… altro che confondersi nella massa!) viva in una baraccopoli e lavori in strada assieme a volontari locali per servire i bambini, al fianco dei più emarginati della società! Questa nostra notorietà, oltre alle seccature e a qualche importuno in strada, ha anche delle note positive: ci permette di far conoscere e di rendere pubblica la vita dei più poveri stimolando generosità. Quando mi rivolgo per un aiuto in ospedali, ostelli, scuole o edifici pubblici assieme ai ragazzi di strada ora trovo molta più gente che si mette a disposizione per darci una mano, perché sanno chi siamo e cosa facciamo. La mia missione, sia nel lavoro in strada che nella baraccopoli, annunzia il vangelo della solidarietà. Il vangelo del “ci sta più gioia nel dare che nel ricevere”. Io missionario cattolico, predico questo vivo vangelo assieme a persone di altre religioni ma con lo stesso ideale, siamo tutti uniti dalla stessa gioia di fare del bene al prossimo! Malgrado il fatto che questo nostro quotidiano annunzio in strada non produce nulla in alcuni se non indifferenza o al massimo curiosità (pure qui il consumismo fa le sue vittime, benché non sia così bombardante e devastatore di coscienze come in Italia), altri si sentono attratti da questa nostra testimonianza, ci credono, aderiscono e decidono (musulmani, buddhisti, induisti e cristiani) di diventare nostri volontari: scendono in strada nei tuguri e servono assieme a noi questi bambini così abbandonati, così traditi dalla vita. In questo modo pian piano è sorto un gruppo di educatori di strada - circa 80 - che si sono lasciati interpellare e cercano di fare la propria parte. Sono fiero di stare qui in Bangladesh in questo preciso momento storico, tra questi uomini e donne volontari di varia età, religione e condizione sociale, che per amore si “rimboccano le maniche’’. È il Mondo nuovo in piccoli semi, un altro Bangladesh che è possibile! fratel Lucio Beninati

Si chiama Paola, il viso è noto da parecchio tempo, perché è sempre presente alla Messa domenicale. Però, al di là di qualche parola di circostanza, non avevo mai avuto occasione di conoscere qualcosa della sua vita. Guardando l’elenco delle famiglie povere della parrocchia incrocio il suo nome. Faccio una piccola indagine e scopro che vive da sola a Mirpur, che è stata sposata, ma ora è separata e nulla più. Una domenica le chiedo l’indirizzo per andarla a trovare a casa sua. Mi guarda un po’ sorpresa, e poi con gioia mi dà l’indirizzo: “Veramente, padre, verrà a trovarmi? Sa, non viene mai nessuno…”. Ed ecco che, con l’indirizzo in mano e accompagnato dal catechista, vado in cerca della sua abitazione per le vie di Mirpur: Jhonata House 155. Troviamo il numero 151, il numero 153, poi 157, ma il 155 niente… Chiediamo a destra e a sinistra ma nessuno sa dove si trovi questo benedetto 155. Dopo più di un’ora d’infruttuosa ricerca, si torna in parrocchia delusi. La domenica successiva, per la Messa, riappare Paola. Le dico della disavventura precedente e così ci si accorda affinché sia lei a venirmi a prendere. Paola è una prosperosa signora di trent’anni. Per evitare pericolosi malintesi mi faccio accompagnare anche da una suora. Paola ci accompagna a casa sua al numero 155, che ovviamente si trova in tutt’altra parte rispetto alla zona in cui l’avevo cercata: in mezzo ai numeri civici 73 e 77 (non chiedetemi la logica dell’attribuzione dei numeri civici in Mirpur perché per me è un oscuro e irritante mistero). Entriamo nella sua stanza. Oltre al letto a una piazza, non c’è posto per null’altro. In quel momento eravamo in tre nella sua abitazione, e uno di noi doveva restare in piedi. I muri umidi. Dal tetto in lamiera scendeva continuamente una goccia, che con il suo rumore scandiva il tempo che passava. Niente televisione. Questo mi sorprende perché di solito in tutte le case, anche le più misere, questo accessorio domestico fa sentire sempre la sua presenza. Forse tra i membri della mia comunità, quell’abitazione è tra le peggiori. Iniziamo a colloquiare. Le chiedo un po’ della sua storia. Matrimonio fallito alle spalle, celebrato in qualche modo (non regolare). Una figlia che lei ha affidato ai testimoni di Geova (perchè non sapeva come altro fare) per la crescita ed educazione. Una figlia che non potrà rivedere fino a che la bambina non avrà raggiunto la maggiore età. Per cui è da cinque anni che non ha contatti con lei e si accontenta di vedere la foto che, ogni anno, il centro le fa pervenire. Una foto che lei mi fa vedere con orgoglio, insieme alla sua, che ha spedito affinché la bambina si ricordi che, in qualche parte del Bangladesh, ha una madre che l’aspetta. Le ho chiesto perché non torna al villaggio dalla madre e dai suoi due fratelli. Mi ha risposto che per lei non c’è cibo e che se torna al villaggio sarebbe costretta a sposarsi nuovamente con qualche uomo handicappato o vedovo o... Ma lei non vuole sposarsi nuovamente, vuole solo aspettare sua figlia, che tornerà, quando avrà 18 anni. “Ma se ti ammali, chi ti aiuterà?” le chiedo. Mi risponde: “Dio provvede, e poi lei non lo sa padre, ma io ho il suo numero di telefono”. Si mette a ridere con un po’ di vergogna, quasi che quel numero lo avesse rubato. Carissimi, la fede è aspettare qualcuno che arriverà, per Paola è sua figlia che spera di rivedere fra tredici anni (un lungo avvento pieno di paure). Credere è coltivare la speranza che nel bisogno qualcuno, un salvatore, si farà vivo. Per questo si custodisce un numero di telefono, la nostra preghiera quotidiana, che alimenta questa speranza e che ci fa sentire meno soli e più sicuri. padre Paolo Ballan
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