 È uno di quei missionari che, come si dice, non fanno notizia perché predicano solo e sempre Gesù. Eppure padre Romano aveva tante avventure da raccontare, ad esempio su come la Chiesa nasce in un ambiente non cristiano, vincendo mille difficoltà con l’aiuto di Dio e la tenacia nella fedeltà alla propria vocazione missionaria. Romano nasce a Teriasca, piccola frazione sulle colline di Sori (Genova), nel 1924, studia nel seminario diocesano ed è ordinato sacerdote dal cardinale Siri nel 1949. L’anno seguente entra nel Pime e nel 1951 parte per l’India dove ha lavorato fino a pochi giorni prima di morire. In 58 anni di India (è tornato in Italia solo tre volte per brevi periodi) padre Giuseppe Romano ha fondato due parrocchie: Kethapally (1957-1983) e poi Rayapuram, dove è rimasto fino alla morte. Ma ha contribuito alla creazione di almeno un’altra decina di parrocchie, con tutte le strutture necessarie, e di parecchi villaggi di cristiani convertiti, che poi passavano a un altro missionario. Padre Romano è stato soprattutto un pastore di anime e parlava volentieri di come la grazia di Dio e il suo tipo di approccio alle persone e ai villaggi portavano a poco la gente alla fede. L’ho visitato tre volte, nel 1964 e 1977 a Kethapally e nel 2005 a Rayapuram, diocesi di Nalgonda. La prima e seconda volta ricordo che raccontava soprattutto di incontri con serpenti e bestie feroci, con briganti e guerriglieri naxaliti (maoisti), allora molto diffusi nell’Andhra Pradesh. Lui li spiazzava col suo carattere né ansioso né aggressivo, ma mite e cordiale anche se fermo nelle situazioni più difficili. L’ultima volta che l’ho visitato, a Rayapuram, mi diceva: «Vedi, grazie a Dio ho battezzato parecchie migliaia di persone e decine di villaggi, ma posso dirti che non ho mai imposto nulla a nessuno. Anzi, prima di battezzare quelli che chiedono di diventare cristiani, nei due-tre anni di catecumenato sono molto severo. Debbo convincermi che vogliono davvero entrare nella Chiesa, perché so che se vengono per motivi umani, non avrò mai cristiani autentici e forti nel resistere alle inevitabili pressioni per farli tornare all’induismo». Gli ho chiesto perché, secondo lui, avvengono le conversioni a Cristo. «È un mistero - mi ha risposto - della grazia di Dio e della volontà dell’uomo. Spesso si fanno cristiani quelli che non ho mai aiutato e non quelli che aiuto in vari modi. Io prego, parlo dell’amore a Cristo in tutte le circostanze, esercito il più possibile la carità evangelica verso tutti, rendendomi disponibile alle loro necessità. Poi lascio fare a Dio, senza preoccuparmi dei risultati della mia azione». Dai suoi convertiti sono nati una ventina di ragazzi diventati sacerdoti e circa 45-50 ragazze che sono suore. Ma padre Romano non è stato solo un evangelizzatore. Da parenti e amici in Italia, che rispondevano alle sue lettere e appelli, riceveva notevoli somme di denaro che spendeva per la gente più povera: organizzava cooperative agricole e di artigianato, costruiva casette per i senza casa, scuole nei villaggi e manteneva agli studi decine di giovani e ragazze, riscattava terre per i senza terra, scavava decine e decine di pozzi. A Rayapuram, nel febbraio del 2005, gli ho chiesto se avesse mai avuto dubbi sulla fede o sulla sua chiamata alla missione. «Cinquanta e più anni di apostolato - ha risposto - mi hanno confermato nella bontà della scelta che ho fatto. Tocco spesso con mano la forza del Vangelo, non solo nelle conversioni ma anche nella pace che le comunità cristiane portano nei villaggi. Tu non immagini quante lotte, conflitti, vendette e ammazzamenti ci sono anche tra i poveri. Il Vangelo vissuto porta il perdono, il rispetto delle persone e l’amore a tutti. Porta la pace. Dopo una vita difficile ma piena di soddisfazioni, ringrazio il Signore che mi ha chiamato e mandato in India».
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