 Lo scorso novembre ero in El Salvador. Paese piccolo nell’ampio panorama americano: solo 21 mila kmq, ma con 6 milioni di abitanti. Il Paese di monsignor Oscar Romero. Il grande vescovo, pensando al penoso esodo dei suoi connazionali, scriveva: «È triste dover lasciare la patria perché non vi è una struttura giusta che permetta a tutti di avere un lavoro!». El Salvador è un Paese piccolo, ma con il 40% degli abitanti emigrati fuori del paese perché l’unica risorsa di questa nazione è il caffè che, però, è nelle mani dei pochi, ricchi proprietari terrieri. I lavoratori che raccolgono il caffè guadagnano da 5 a 8 dollari al giorno e con questo devono mantenere la famiglia, in genere numerosa. El Salvador mi ha commosso per due cose: perché è una terra di martiri e per il suo popolo sorridente e meraviglioso. Ho visitato la casa e la tomba di monsignor Oscar Romero. Un vescovo che ha lasciato una traccia profonda in El Salvador e non solo. Vescovo convertito dal popolo e dagli amici gesuiti che, a loro volta, hanno pagato con il sangue la fedeltà a Dio e alla loro gente. Ho pellegrinato, pregando e meditando, nei luoghi in cui Romero e i martiri gesuiti sono stati uccisi. Abbiamo anche ricordato le suore missionarie americane stuprate e uccise e suor Dorothy Stang, massacrata per aver difeso i diritti dei “senza terra”. Ma le religiose e i religiosi uccisi sono comunque una piccolissima minoranza rispetto alle migliaia di contadini assassinati e torturati in El Salvador negli anni Settanta e Ottanta e alle decine di migliaia di indios trucidati nello stesso periodo in Guatemala. In contrasto con questa difficile situazione storica c’è l’accoglienza della parrocchia, della diocesi e del popolo. La teologia india io la vivo non solo e non tanto durante gli incontri ufficiali e i discorsi, ma soprattutto nell’incontro con questo popolo che soffre ma che vive con il sorriso sulle labbra e ti accoglie come se tu fossi un dono per loro. Hanno una casa povera e la aprono per te, straniero. Per le strade ti sorridono e ti salutano, la chiesa è piena di striscioni per manifestare la loro gioia. La notte del secondo giorno del mio arrivo c’è stata una grande festa sulla piazza pubblica: era per me che arrivavo da fuori. C’erano la banda, gruppi di danza con grandi e bambini, fuochi di artificio, palloni aerostatici, discorsi di benvenuto, abbracci. La vigilia della partenza, altra festa con danze, canti, scambio di regali. È un popolo che soffre ma che ti accoglie come fratello e amico. È la teologia viva che vede in te la presenza di Cristo come fratello e amico. In Guatemala ho sperimentato la stessa cosa. Vi assicuro che questo popolo vive l’esperienza di fede nel rapporto sincero, gratuito e generoso con i propri fratelli e sorelle. La situazione dei migranti in America è una realtà triste. Solo in El Salvador, come dicevo, il 40% della popolazione è emigrata a causa delle scarse possibilità di sopravvivenza offerte dal proprio Paese. Ma nei Paesi d’arrivo, i migranti sono discriminati e sfruttati. È una situazione che esige una risposta da parte della Chiesa e degli stessi popoli indios. Pensate che anche in Brasile sono molti gli indios che lasciano il villaggio per la città, e sempre in aumento, a causa della violenza che li allontana dalle loro terre e della speranza (illusoria) di poter migliorare la loro condizione: possibilità di studiare, mezzi economici e servizi pubblici migliori. Ma anche per chi rimane al villaggio, la vita è segnata dai cambiamenti perché anche lì la globalizzazione influisce sulla cultura e sulla religione. La teologia india s’impegna a riflettere su questa realtà per delineare e proporre un progetto di vita in cui sia possibile valorizzare le radici culturali e religiose. Un progetto che sappia integrare l’eredità degli antichi con la forza del Vangelo a partire dalla realtà e dai sogni del popolo. Questa proposta è valida non solo per i popoli indios ma anche per le nostre comunità, famiglie e persone. Il discorso è chiaro per tutti, ma la sua realizzazione è certamente difficile.
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