Ti trovi in: Missionari del Pime

Marzo 2010 n. 3

El Salvador, terra di martiri

Il 24 marzo, anniversario della morte di mons. Oscar Romero, è la giornata in memoria dei missionari martiri. Padre Ruffaldi ci invia le sue riflessioni sulla visita nel Paese del vescovo ucciso.

di padre Nello Ruffaldi

Lo scorso novembre ero in El Salvador. Paese piccolo nell’ampio panorama americano: solo 21 mila kmq, ma con 6 milioni di abitanti. Il Paese di monsignor Oscar Romero. Il grande vescovo, pensando al penoso esodo dei suoi connazionali, scriveva: «È triste dover lasciare la patria perché non vi è una struttura giusta che permetta a tutti di avere un lavoro!». El Salvador è un Paese piccolo, ma con il 40% degli abitanti emigrati fuori del paese perché l’unica risorsa di questa nazione è il caffè che, però, è nelle mani dei pochi, ricchi proprietari terrieri. I lavoratori che raccolgono il caffè guadagnano da 5 a 8 dollari al giorno e con questo devono mantenere la famiglia, in genere numerosa.
El Salvador mi ha commosso per due cose: perché è una terra di martiri e per il suo popolo sorridente e meraviglioso. Ho visitato la casa e la tomba di monsignor Oscar Romero. Un vescovo che ha lasciato una traccia profonda in El Salvador e non solo. Vescovo convertito dal popolo e dagli amici gesuiti che, a loro volta, hanno pagato con il sangue la fedeltà a Dio e alla loro gente.
Ho pellegrinato, pregando e meditando, nei luoghi in cui Romero e i martiri gesuiti sono stati uccisi. Abbiamo anche ricordato le suore missionarie americane stuprate e uccise e suor Dorothy Stang, massacrata per aver difeso i diritti dei “senza terra”.
Ma le religiose e i religiosi uccisi sono comunque una piccolissima minoranza rispetto alle migliaia di contadini assassinati e torturati in El Salvador negli anni Settanta e Ottanta e alle decine di migliaia di indios trucidati nello stesso periodo in Guatemala.
In contrasto con questa difficile situazione storica c’è l’accoglienza della parrocchia, della diocesi e del popolo. La teologia india io la vivo non solo e non tanto durante gli incontri ufficiali e i discorsi, ma soprattutto nell’incontro con questo popolo che soffre ma che vive con il sorriso sulle labbra e ti accoglie come se tu fossi un dono per loro. Hanno una casa povera e la aprono per te, straniero. Per le strade ti sorridono e ti salutano, la chiesa è piena di striscioni per manifestare la loro gioia.
La notte del secondo giorno del mio arrivo c’è stata una grande festa sulla piazza pubblica: era per me che arrivavo da fuori. C’erano la banda, gruppi di danza con grandi e bambini, fuochi di artificio, palloni aerostatici, discorsi di benvenuto, abbracci.
La vigilia della partenza, altra festa con danze, canti, scambio di regali. È un popolo che soffre ma che ti accoglie come fratello e amico. È la teologia viva che vede in te la presenza di Cristo come fratello e amico.
In Guatemala ho sperimentato la stessa cosa. Vi assicuro che questo popolo vive l’esperienza di fede nel rapporto sincero, gratuito e generoso con i propri fratelli e sorelle.
La situazione dei migranti in America è una realtà triste. Solo in El Salvador, come dicevo, il 40% della popolazione è emigrata a causa delle scarse possibilità di sopravvivenza offerte dal proprio Paese. Ma nei Paesi d’arrivo, i migranti sono discriminati e sfruttati. È una situazione che esige una risposta da parte della Chiesa e degli stessi popoli indios. Pensate che anche in Brasile sono molti gli indios che lasciano il villaggio per la città, e sempre in aumento, a causa della violenza che li allontana dalle loro terre e della speranza (illusoria) di poter migliorare la loro condizione: possibilità di studiare, mezzi economici e servizi pubblici migliori. Ma anche per chi rimane al villaggio, la vita è segnata dai cambiamenti perché anche lì la globalizzazione influisce sulla cultura e sulla religione.
La teologia india s’impegna a riflettere su questa realtà per delineare e proporre un progetto di vita in cui sia possibile valorizzare le radici culturali e religiose. Un progetto che sappia integrare l’eredità degli antichi con la forza del Vangelo a partire dalla realtà e dai sogni del popolo. Questa proposta è valida non solo per i popoli indios ma anche per le nostre comunità, famiglie e persone.
Il discorso è chiaro per tutti, ma la sua realizzazione è certamente difficile.


Ritorna al sommarioVisualizza per la stampa

© Pime Milano via Mosè Bianchi, 94 - 20149 Milano tel. 02438201 - fax 024695193 - P.IVA 11970250152
Web Design www.horizondesign.it