Africa: primo missionario del Pime
Il 4 luglio è stato ordinato nella cattedrale di Yaoundé (Camerun) il primo missionario del Pime africano, padre Ngidjoi Joseph Brandy.

di padre Alberto Sambusiti


L’ordinazione di padre Ngidjoi Joseph è senz’altro una gioia per i nostri confratelli che lavorano in questo Paese, ma soprattutto per quelli che a Yaoundé l’hanno conosciuto e l’hanno seguito nella sua prima formazione. E io sono uno di loro. Con padre Fabio Bianchi e fratel Vincenzo Benassi, lo abbiamo assistito e aiutato negli studi insieme alla sua famiglia.
La conoscenza di Joseph e della sua famiglia risale a vent’anni fa. Verso la fine degli anni Ottanta, dopo che il Pime aveva lasciato la parrocchia di Etoudi, mi ero ritirato, con fratel Benassi, in una casa presa in affitto nel quartiere di Essos, in attesa di trovare una soluzione alla nostra presenza in capitale. Nel frattempo continuavo a dare una mano ai nuovi inquilini di Etoudi, i padri di Cristo Re, una congregazione missionaria spagnola. Qualche mese più tardi, l’arcivescovo monsignor Zoa mi chiese di seguire in maniera particolare una parte di questa parrocchia, il quartiere di Ngousso. Nel 1988 mi raggiunse padre Fabio Bianchi e insieme iniziammo in maniera sistematica la fondazione della nuova parrocchia dedicata a Sant’Agostino.
Fu proprio in quel periodo, come ho già detto, che la Provvidenza ci fece incontrare questa famiglia, composta da una giovane donna, abbandonata dal marito e ripudiata dalla sua famiglia, con cinque figli in tenera età (rispettivamente di dodici, dieci, otto, sei e un anno). Ricordo che il caso ci sembrò disperato e decidemmo di fare qualcosa: demmo un po’ di lavoro retribuito alla mamma nella nostra casa e un aiuto per la scuola dei figli. Nacque così una profonda amicizia e, direi di più, un legame affettivo profondo con tutta quella “tribù”. I bambini venivano quasi tutti i giorni a salutarci dopo la scuola e la piccola Marie restava spesso a giocare con noi: era diventata la nostra “mascotte”.
Nel 1991 rientrai in Italia per vacanze e per un servizio di animazione missionaria e persi di vista la famiglia che continuò a essere assistita da padre Fabio e fratel Benassi. Al momento della mia partenza, Joseph aveva 14 anni.
Il primo missionario del Pime africano: quale significato dare a questo avvenimento?
Anche se il Pime non è nuovo a questa esperienza di internazionalità - ci sono già, infatti, missionari del Pime americani, indiani, brasiliani -, il fatto che ora ci sia un padre africano (e ce ne saranno altri tra qualche anno), ci apre a un orizzonte ancor più vasto, a un’accoglienza sempre più fraterna, a una realtà nuova: l’Africa approda direttamente nell’Istituto.
Da una sessantina d’anni stiamo evangelizzando in maniera continua alcuni paesi africani (Camerun, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio) e si poteva prevedere che prima o poi alcuni giovani avrebbero domandato di essere dei nostri. E pensare che il Pime è nato per evangelizzare dell’Asia e che, per più di cent’anni, è rimasto fedele a questa scelta - spesso al centro di discussioni anche molto accese all’interno dell’Istituto - e che ora appare fin “troppo umana”. Con l’andar degli anni, e con un soffio nuovo dello Spirito, il Pime si è aperto a vocazioni provenienti dall’America del Nord, dall’America Latina e ora anche dall’Africa. Quale cambiamento di mentalità e di indirizzo impone questa rivoluzione “copernicana”! Anche questo è un segno dei tempi per il nostro Istituto.
Rimane il problema di come accogliere questi nostri confratelli africani e di come essi sapranno accoglierci. Non ne abbiamo ancora l’esperienza diretta perché nessuno di noi ha ancora condiviso una vita e un lavoro pastorale con loro. Sarà un banco di prova per tutti. Riusciremo a realizzare questa nuova avventura ad alcune condizioni, e cioè solo se saremo uniti nel carisma del Pime, nell’ideale missionario, nel rispetto delle persone e in un forte senso di fraternità. È una sfida che la Provvidenza ci ha lanciato e che dobbiamo accettare. Il futuro dei nostri rapporti con questi confratelli africani dipende anche da noi.

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