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CAMBOGIA

Da casa nasce casa

padre MARIO GHEZZI

Ta Khmau, 4 Luglio 2015

Circa un anno fa iniziavo una nuova avventura missionaria nella cittadina di Ta Khmau nella cintura di periferia sud di Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Cominciavo senza avere una casa, un collaboratore, o un Cristiano che mi aspettasse. L’unico compagno era lo Spirito Santo che avrebbe dovuto accompagarmi e indicarmi la strada da percorrere, la casa da trovare e le persone da contattare.
Inziai così in una casa in affitto abbastanza grande per poter fare attività, quale attività ancora non sapevo. Attendevo “segnali dal cielo”.
Affittai questa casa perché il vescovo mi disse che dovevo iniziare la mia opera evangelizzatrice nelle vicinanze della scuola professionale della Caritas e della scuola per disabili fisici dei fratelli maristi, due realtà di matrice cattolica ma che non hanno presenze cattoliche numericamente significative.

Presto si affaccio’ la signora Thary, convertita al cattolicesimo dal 2007, che gestice un ostello per ragazzi e ragazze poveri mandandoli a scuola. Thary mi disse: padre questo gruppetto di ragazzetti viene da famiglie troppo povere per poter studiare fino alla maturità, ormai hanno 18-20 anni, dobbiamo trovare una scuola professionale che in poco tempo permetta loro di trovare un lavoro. Dissi: Thary la scuola c’è, li mandiamo alla Caritas dove studiano un anno per diventare meccanici di moto, auto, elettricisti, disegnatori artistici, riparatori di telefoni cellulari eccetera. E dove li mettiamo a dormire?, disse Thary. A casa mia, riposi. C’è spazio da vendere!

Così cominciò l’avventura con 8 ragazzi che vivono in casa, la mattina presto a scuola in bicicletta, la sera alle 5-6 a casa, sabato compreso.
E la domenica che gli facciamo fare? Il tempo libero è padre dei peccati, recita un proverbio cambogiano. Don Bosco diceva che le giornate dei giovani devono essere impegnate perché ogni momento, ogni istante, ogni giornata devono avere un senso, un significato e un orientamento preciso.

Ogni domenica mattina i ragazzi mi accompagnano nel villaggio di Ampau Prey dove vado ad incontrare un piccolissima comunità cristiana di 5 battezzati e un trentina di catecumeni. Qualcuno di loro frequenta il catecumenato, un po’ per conoscere Gesù, un po’ perché forse vogliono capire le ragioni per cui Thary e il padre danno loro gratuitamente la possibilità di studiare, vitto, alloggio e trasporti compresi, un po’ forse perché si trovano lì col padre e non possono fare altro di diverso. Chissà, a me interessa solo che snetano parlare di Gesù, che magari scoprano la bellezza del suo amore e del suo perdono e ne restino affascinati. Se li accogliessi in casa e non trovassi occasioni per parlare loro di Gesù sarei disonesto. Non posso tenere nascosto l’amore più grande della mia vita e far finta che non esistesse di fronte a questi ragazzi che non cercano solo un modo per riempire il loro stomaco e sfuggire dalla povertà nera, cercano anche un senso alla loro esistenza, alla fatica del vivere e del dover fare i conti con la sofferenza che attanaglia sempre le giornate dei più poveri. Gesù disse a Satana che lo tentava: “Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Così, io e Thary, quando e come possiamo, ma soprattutto con l’esempio che le nostre semplici vite di peccatori che cercano Dio possono dare loro, cerchiamo di “dire” sempre Gesù in ogni cosa che facciamo o diciamo; anche quando siamo fermi e in silenzio il nostro semplice esistere deve saper e poter “dire Gesù” a chi non lo conosce.

Ma l’amore di Gesu’ per l’uomo non è una storiella che si racconta per l’edificazione delle anime, l’amore di Gesù è vita che si fa concretezza, è azione che incontra chi è nel bisogno e diventa incontro con Gesù stesso. L’amore di Dio si sperimenta e si vive nelle opere, quelle opere che Gesù ci ha insegnato: “ogni volta che avete fatto questo a uno di queste persone, l’avete fatto a me”.

E allora Thary decide di riportare i ragazzi al poverissimo villaggio da cui sono venuti, il lago 94, per costruire la casa ad un vecchietto paralitico, solo, che vive in un riparo di fortuna sotto le intemperie. Tornano al villaggio col portafoglio vuoto come quando sono partiti ma armati di entusiasmo e voglia di aiuatre, di essere utili e di dare un segno di amore gratuito nel loro villaggio segnato dalla misera e spesso da lotte e incomprensioni. Un gesto di amore gratuito che sarà un segno importante per tutto il villaggio. In poco tempo il rifugio di fortuna si trasforma in una casa con tetto e pareti di lamiera. Il nonnino non parla più, ma gli sorridono gli occhi e ringrazia: ora ha una casa e un tetto in cui poter riposare al riparo dalle intemperie.

Così anche le domeniche pomeriggio sono state impregnate in qualcosa che non ha costruito solo la casa del nonnino ma anche l’ animo di questi ragazzi e di tutti noi che ascoltimao questa storia di periferia del mondo.

padre Mario Ghezzi

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