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FILIPPINE

Gli occhi del Natale

di padre LUCIANO BENEDETTI

BenedettiNatale2015

 

Chi ha creato questi occhi non saprei. So solo che ero seduto in prima fila tra i banchi di scuola e una mamma sfollata da White Kulaman, rapida come un felino, si siede vicino a me con in braccio una bambina il cui sguardo mi si pianta davanti e faccio la foto. Non è gran che e la foto non è a fuoco. Lo sguardo sì. Molte volte di fronte a una fotografia l'unica cosa che si dice è se è bella o brutta. Poi siccome siamo in un mondo anche un po’ depresso gli opposti coincidono. Questa invece mi invita a fare qualcosa. Ma cosa poi? Qualsiasi cosa. Commuoviti. Medita. Sgonfia il tuo io.

E invece mi gonfio di pietà e carità. Le mani cercano qualche banconota in tasca. Ma non lo faccio. Queste persone vogliono essere riconosciute per quello che sono, senza mendicare la misericordia. Guardare senza fare niente? Nietzsche ha scritto che Dio è morto di misericordia, come se gonfio di misericordia Dio fosse diventato una specie di fallimentare Caritas Internazionale. Il vero Dio sarebbe invece capace di sdegnarsi e di castigare. Ma sarebbe un altro gonfiore, di rabbia. Forse lo fu e ce lo fanno pregare in molti salmi e non capisco perché. Ma poi si sgonfiò. Qualche millennio fa, il popolo ebraico fu infatti invitato alla misericordia e al perdono: "Ricordati che in Egitto hai patito la schiavitù. Quindi non imporla agli altri". Ma erano altri tempi.

Ed è cosa stranissima che proprio nell’appoggio del banco, dove mamma e bambina si erano seduti, qualcuno abbia disegnato altri occhi. Appaiono simili ma sembrano di un animale. Un eccesso di sofferenza può produrre deformazioni. I bambini che vivono dove governano le armi, che hanno visto le mutilazioni sui corpi dei loro cari, in ragione di una sofferenza subita potrebbero benissimo diventare dei lupi solitari. Se questi occhi fossero di una bambina siriana, ISIS ne vedrebbe, perversamente, un potenziale kamikaze. Grazie a Dio non lo sono anche se vedranno molta povertà umana.

Non posso fare altro che ammirare e pensare che tutti siamo coinvolti da un comune destino. Ho pensato a mia madre ultra novantenne. Aveva gli stessi grandi e umidi occhi, in basso, quando mi abbracciava prima di ripartire. Comune destino. Siamo creature fragili, incerti nella salute, nella sorte, nelle nostre relazioni con gli altri. Così mi sembra il Natale. Un tempo ridotto che accoglie di sera una bambina in braccio a sua madre e i due, guidati dal padre, ne escono alle prime luci del mattino. Il loro breve passaggio lascia un segno nella nostra paradossale e fugace vita.

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