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CAMBOGIA

Messi a nudo dal Natale

di padre LUCA BOLELLI

 

 

Vivere a Kdol Leu ti mette a nudo. Perché anche qui, come in tutti gli altri villaggi del mondo, si vive pelle a pelle. Le case, spesso una attaccata all’altra, hanno sottili mura di legno, e non c’è segreto che tenga. Si sa tutto di tutti, e anche di più. Cosa che per noi, moderni cultori della privacy, è veramente insopportabile. Ma che, a dire il vero, ha anche i suoi aspetti positivi, e non pochi. L’ho costatato ormai tante volte: penso a zia Srey, dopo l’ennesimo colpo di testa del marito, attorniata dalle vicine a sostenere il peso della sua sofferenza; penso a Long e Thida, giovane coppia alle prese con le tipiche crisi dei primi anni, salvata dall’attenzione e dai consigli saggi degli anziani; penso a nonna Ieng, 104 anni, nella sua casetta sempre aperta, costantemente monitorata dallo sguardo di vicini e parenti. E penso anche al piccolo Chhgui, cresciuto per strada, ma che trova sempre un pasto e un tetto sotto cui dormire.

E anche la mia vita, in fondo, non sfugge a questa legge del villaggio. La mia casa è infatti aperta sui quattro venti, e non c’è praticamente movimento che possa sfuggire agli occhi dei vicini. Così come, essendo il villaggio distribuito su un’unica strada, non c’è volta che andando da qualche parte, io non incappi sotto il “radar” di qualche sguardo curioso, anche in momenti della giornata apparentemente morti.

Ma è soprattutto la vita quotidiana a mettermi a nudo. In questi giorni ad esempio è la preparazione del Natale: con gli adolescenti che vengono tutte le sere a fare le prove per la Natività e le danze, e non manca volta che la loro naturale intemperanza rischi di far saltare tutto… soprattutto la mia scarsa pazienza. Poi ci sono gli incontri con gli adulti, che arrivano stanchi dalle risaie per sorbirsi la mia solita predica sull’importanza di aiutare la comunità e fare ciascuno la propria parte. Mi guardano con un sorriso benevolo che nasconde però tanta insofferenza. Per fortuna, non mancano anche quelli che hanno il coraggio di dirmi le cose in faccia. Non sono molti perché la cultura cambogiana non lo favorisce, ma ci sono. Come Vet, Srey Phoan e qualche altro che, in mancanza di una moglie che lo faccia, mi ricordano, sempre con garbo, di quanto io, “eroico missionario disinteressato”, possa invece essere tanto egoista! (A tale proposito, ho letto recentemente questa citazione di Pitagora: “Se non avete un amico che vi corregga i difetti, pagate un nemico che vi renda questo servizio”).

Mi sento quindi messo a nudo nei miei limiti. Questo fa sempre un gran male, ma allo stesso tempo anche un gran bene, perché è principio di guarigione. Ci si conosce per quello che veramente si è, le relazioni ne guadagnano in autenticità, le maschere sono costrette ogni volta a cadere e lasciar respirare il nostro vero volto.

A Kdol Leu, tutto quindi viene vissuto pelle a pelle, anche la morte: si muore in casa, attorniati dai propri famigliari e vicini. Come zio Veng qualche giorno fa. Lo abbiamo accompagnato nelle sue ultime settimane di vita, trovandoci ogni sera a pregare e fargli compagnia. Fino all’ultimo respiro, sotto gli occhi di tutti, nipotini compresi. La morte quando la conosci in questo modo, da vicino, paradossalmente ti fa meno paura.

Anche a Nazareth immagino si vivessero tutte queste dinamiche. E mi sembra allora di intuire il motivo per cui Gesù abbia scelto di nascere e crescere proprio in un villaggio. Per trent’anni il villaggio è stata la sua scuola di umanità. Non una città, dove avrebbe trovato insegnanti più dotti, ma un villaggio di periferia, con gente normale. Queste persone sono state in un qualche modo i suoi maestri. Avrebbe potuto certamente farne a meno, Lui, Dio onnipotente e onnisciente…! Perché mai perdere tutto quel tempo in un buco di paese?!? Onestamente, per noi gente sempre indaffarata, quei trenta lunghi anni trascorsi da Gesù nell’anonimato di Nazareth risultano come una grande perdita di tempo. Anche come marketing, se ce lo avesse chiesto in tempo, non avremo mancato di dargli qualche savio suggerimento. Ad esempio di nascere in un epoca un po’ più “social”: quante persone avrebbe potuto raggiungere in tutto il mondo in un solo colpo con un semplice video postato su You Tube!

Invece ha preferito il contatto “pelle a pelle”.

Questa sua scelta mi torna spesso in mente anche quando, al volante della macchina, corro da una parte all’altra della Cambogia, bypassando velocemente tante persone che invece, camminando come faceva Gesù, avrei potuto incontrare e conoscere. Per conoscere una persona, lo sappiamo bene, bisogna saper perdere del tempo con lei. Gesù ha perso un mucchio di tempo con gli abitanti di Nazareth. Li ha conosciuti da vicino, senza maschere, nella loro verità. Poteva farne a meno, non l’ha fatto.

Kdol Leu come Nazareth. Scuole di umanità, in cui Dio ha voluto “imparare” a vivere come uomo. Ha scelto di diventare uomo fino in fondo, percorrendo tutto il nostro cammino di crescita, passo a passo, senza sconti e senza scorciatoie, così come è chiesto ad ognuno di noi. Non c’è angolo del nostro essere uomini in cui non sia passato, che non abbia esplorato.

Ha imparato in un villaggio a vivere come uomo, per insegnare noi uomini a vivere come Dio. Ha aperto nella nostra carne sentieri nuovi e ci ha reso capaci di percorrerli, diventando in questa stessa nostra carne, autentici figli di Dio e fratelli. Vivendo pelle a pelle, imparando gli uni dagli altri, aiutandoci ad essere più uomini. Pelle a pelle, pestandoci anche i piedi, non senza dolore: imparando però poi a guarirci con il perdono.

E alla fine, la nostra umanità, Gesù, non se l’è tolta di dosso come un vestito logoro, ma se l’è portata con sé, sua vera pelle, in un abbraccio eterno tra l’uomo e Dio.

Buon Natale a tutti!

padre Luca Bolelli

 

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